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Il Moscato d’Asti nel ‘900, un successo mondiale

Il Moscato d’Asti è il vino dolce più bevuto al mondo, l’1 febbraio 1994 ha ottenuto la Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG) e fa parte di una delle famiglie di vitigni più grandi e variegate tra tutte quelle conosciute

Basterebbero questi tre dati per capire che stiamo parlando di un vero e proprio “gigante” dell’enologia internazionale. Non deve stupire, quindi, che la sua Storia sia particolarmente ricca e antica: come abbiamo visto, il Moscato bianco era già coltivato dagli antichi Greci col nome di Anathelicon moschaton, mentre i Romani lo ribattezzarono uva apiana perché, col suo squisito aroma, attirava le api.

Il Moscato ebbe un vasto successo nel medioevo sotto forma di vino dolce chiamato musquè, da muscum, cioè con sentori muchiati, aromatici. Tuttavia, il suo affermarsi in Piemonte lo si dovette al  duca Emanuele Filiberto di Savoia, che decretò di limitare ogni genere di importazioni per favorire le produzioni locali. A partire da questo momento, il Moscato si fece rapidamente largo nelle cantine e nelle tavole di tutto la Savoia raccogliendo – come si suol dire – un grande plauso di critica e di pubblico, tanto che alla fine del Settecento la prestigiosa “Società di Agricoltura di Torino” lo indicava come uno dei vitigni piemontesi in grado di produrre i vini più pregiati.

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IL MOSCATO D’ASTI DOCG  – SCHEDA
Il Moscato d’Asti si produce con le uve Moscato bianco ed ha colore paglierino oppure giallo, più o meno intenso; il profumo ha l’aroma caratteristico e fragrante che lo contraddistingue mentre il sapore è dolce e aromatico ma mai stucchevole, anzi con una netta sensazione di pulito. Ha un minimo di 10,5° e con almeno un terzo degli zuccheri ancora da svolgere. Si beve al meglio nella sua prima gioventù ed è un classico vino di fine pasto, che accompagna sublimemente i dolci da forno, ad esempio il panettone. La bottiglia si conserva orizzontalmente e se ne consiglia il consumo fresco, tra i 12 e i 15°. Dalla sua spumantizzazione è nato il Moscato d’Asti Spumante, anch’esso molto pregiato e proprio per questo largamente contraffatto; esso condivide praticamente tutte le proprietà organolettiche del vino da cui deriva con la differenza che ha un minimo di 12°, dei quali da 7 a 9,5° sono già svolti.

 

Le capitali del Moscato

Nel XIX secolo Canelli e Asti diventarono le città simbolo del Moscato: la prima si distinse come capitale storica del Moscato bianco coltivato in Piemonte, ampiamente noto proprio come «Moscato bianco di Canelli»; la seconda – città dalle forti radici enologiche, sede di importanti manifestazioni, di fiere, centro di commerci e di studi sul vino – divenne in maniera potremmo dire “naturale” l’altro punto di riferimento per il Moscato. È questa città che anche oggi accorda al marchio di tutela il proprio nome e l’immagine del suo patrono, San Secondo a cavallo. Verso la fine dell’Ottocento la produzione piemontese di uva Moscato si aggirava intorno ai 148.000 quintali. Canelli costituiva la principale area di coltivazione, con una produzione di 72.000 quintali; grandi quantità erano inoltre garantite dai comuni di Santo Stefano Belbo, Calosso, Strevi, Castiglione Tinella, Acqui Terme e Ricaldone.

Da Epernay a Canelli

Sempre nella seconda metà dell’Ottocento è da datare l’inizio della Storia dello spumante piemontese: intorno alla seconda metà del’800, l’imprenditore Carlo Gancia, dopo aver imparato negli anni immediatamente precedenti le tecniche di lavorazione nelle cave di Epernay nella Champagne, tornò a Canelli e iniziò a produrre i primi esemplari di spumante italiano, chiamati ”Moscato Champagne” dal nome, ovviamente, del vitigno utilizzato.

Le bottiglie usate erano speciali, denominate “Asti pesanti” perché resistenti sino a 10 atmosfere di pressione; inoltre le cantine dove erano accatastate erano percorse da uomini protetti da grembiuli di cuoio e da maschere da scherma, per proteggersi in caso di esplosioni delle bottiglie (dovute ad una rifermentazione incontrollata nei contenitori). Solo nel 1940, grazie alla scoperta delle autoclavi, si avviò la produzione di Asti spumante  metodo Charmat e Martinotti su scala industriale, arrivando alla produzione di un milione di bottiglie.

Alla conquista del mondo

Il Novecento è il secolo del trionfo “giuridico” del Moscato d’Asti: il 17 dicembre 1932 venne fondato il Consorzio di Tutela dell’Asti – riconosciuto ufficialmente due anni dopo – che s’impegnò per ottenere la Denominazione di Origine Controllata. Lo scopo venne raggiunge nel 1967, quattro anni dopo l’emanazione delle norme per la tutela delle denominazioni di origine dei mosti e dei vini. Il 1° febbraio 1994, come già ricordato, venne raggiunto un altro successo: in quella data infatti entrò in vigore la Denominazione di Origine Controllata e Garantita.

LA DENOMINAZIONE ASTI DOCG

Dalle uve “Moscato bianco di Canelli”, in realtà, si ottengono due vini.

– Il primo è lo spumante Asti Docg, riconoscibile dal tappo a fungo, erede delle sperimentazioni di Carlo Gancia, oggi prodotto in circa 100 milioni di bottiglie in maniera industriale grazie ad autoclavi a pressione.

– Il secondo è il Moscato d’Asti Docg, che si distingue per il tappo raso. Quest’ultimo è prodotto in maniera artigianale, da un centinaio di piccole aziende vitivinicole per un totale di 15 milioni di bottiglie. È caratterizzato da una frizzantezza naturale e viene imbottigliato quando il vino non ha ancora completato la fermentazione: questo permette di conservare una spiccata nota zuccherina che, abbinata ai suoi sentori aromatici, che ricordano l’uva appena colta, rendono il Moscato d’Asti Docg un vino unico al mondo

 

Attualmente, le famiglie che si dedicano alla coltivazione di uve Moscato sono circa 4.000, disseminate in 52 comuni (la zona del Moscato è delimitata fin dal 1932) è circa 10.000 ettari di terreno sparsi in tre province: Alessandria, Asti e Cuneo. Nel territorio di Canelli, dove si coltivava la vite sin dall’epoca romana, alla fine del XIX secolo si sviluppò l’industria del Moscato d’Asti e dell’Asti: grazie ai suoi imprenditori vinicoli la città entrò in contatto con le più moderne correnti artistiche internazionali, diventando uno dei centri più significativi del Liberty piemontese.

Con il nuovo millennio, il Moscato d’Asti conosce un boom planetario, svelando la sua ricchezza aromatica al mondo. Oggi è certamente il vino dolce più bevuto al mondo, apprezzato dagli Usa – dove finisce sulle tavole di autorità e uomini dello spettacolo, all’estremo in Oriente, specie dal pubblico cinese, che lo preferisce ai complessi e strutturati vini rossi francesi e lo ha eletto a vino delle feste per eccellenza.

I circa cento imbottigliatori di questa tipologia arrivano oggi a sfornare quasi quindici milioni di bottiglie. Il Moscato d’Asti comincia ad essere vinificato in modo sempre più personale e autentico: molti produttori cercano di sottolinearne gli aspetti caratteristici e solo ora si inizia a individuare e classificare i migliori Sorì – ovverò i cru  – dove le uve di questo straordinario vino dolce possono regalare inedite emozioni.