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Filippo Asinari, l’uomo che reinventò lo Chardonnay

Tra i tanti personaggi della storia vitivinicola piemontese, Filippo Antonio Asinari di San Marzano è forse uno dei più importanti e, allo stesso tempo, dei più sconosciuti. Filippo Asinari, chi era costui? Le risposte sono molte e tutte vere: Marchese di San Marzano e Costigliole d’Asti, nobile al servizio dei Savoia, spavaldo colonnello nei Dragoni francesi, militare napoleonico di successo, fine diplomatico, importante politico della Restaurazione. Ma, soprattutto, Filippo Asinari fu un autentico amante delle sue terre d’origine, le colline dell’Astigiano. Più precisamente, della loro vocazione vitivinicola, a cui dedicò praticamente ogni istante libero da impegni istituzionali e gran parte del suo ingegno.

Al Marchese di San Marzano la storia della viticoltura piemontese deve moltissimo, ben più di quello che finora gli è stato tributato: molte delle sue conquiste sono ancora da collocare nella giusta prospettiva storica e altre devono essere approfondite. Anche casa Coppo ha un debito verso il Marchese: fu lui a importare e valorizzare sul territorio dell’Astigiano lo Chardonnay, che a partire dall’Ottocento divenne a tutti gli effetti un vitigno “tradizionale” delle colline piemontesi. Il nostro Monteriolo è davvero un tributo al Marchese, che dalla miglior vigna al mondo della Francia, quella di Montrachet, si fece arrivare le barbatelle di Chardonnay per impiantarle nei pressi di Costigliole d’Asti.

Ma andiamo con ordine.

Un uomo moderno

Se la fisiognomica avesse un fondamento scientifico, il ritratto di Filippo Asinari sarebbe un caso di studio. Osservatelo. Tra i tratti austeri del suo volto, gli occhi sono vividi, sorridenti, guizzano di una intelligenza vivace e incontenibile, ma misurata. Le croci militari e le medaglie sono in mostra sotto il vestito elegante, ma non sontuoso. Il Marchese è un uomo nato nel Settecento (il 1767 per l’esattezza), ma già pienamente membro del XIX secolo, un figlio delle innovazioni e della modernità con cui Napoleone spazzò via lAncient Regime.

Filippo Antonio Asinari di San Marzano

Modernità napoleonica con cui ebbe una certa dimestichezza: nel 1796 era tenente colonnello nel reggimento dei Dragoni, poi divenne consigliere di Stato e senatore, fino al suo invio a Berlino, attorno al 1808, come ambasciatore dell’Impero. Un uomo che, fra un impegno diplomatico e l’altro, non perdeva l’occasione per dedicarsi alla sua vera passione, la viticoltura, dando impulso ad una razionalizzazione dei vigneti e delle tecniche di coltivazione volto ad innalzare il livello qualitativo dei vini astigiani. Quegli stessi principi di razionalità e scientificità che Napoleone metteva al servizio delle regioni conquistate: enciclopedia e moschetto, studio e disciplina, pragmatismo militare e sistematicità scientifica.

Il viticoltore sperimentale

Durante la prima decade del XIX secolo, Filippo Asinari ebbe più tempo per la vitivinicoltura. In Francia conobbe i grandi “brand” dell’epoca e si innamorò dei loro vini. Ebbe rapporti confidenziali e professionali con Chateaux Margaux, Chateaux Lafite, Chateaux Latour, Chateaux Haut Brion e Chateaux d’Yquem (pero!). Da loro si fece spedire barbatelle e indicazioni su come lavorare le viti. Fu così che nei suoi possedimenti di Costigliole nacque una sorta di “vigneto sperimentale”: da Oltralpe arrivarono vitigni che non si allontaneranno più dalle colline piemontesi come il Cabernet Sauvignon e lo Chardonnay; ma anche rarità enologiche di cui sappiamo poco o nulla (e che meriterebbero una nuova attenzione) come la Bertromlina, il Baleran, la Gramestia, la Grigia, l’Uva carne, l’Uva Scrass, il Mossano Nero, la Barbarossa, o la Slerina.

Oltre allo Chardonnay, uno dei nuovi impianti che più avranno ripercussioni sulla viticoltura del Piemonte sarà il Brachetto, o meglio Braquet di Nizza Marittima. Importato dal marchese Asinari a Costigliole nel primo decennio dell’Ottocento, si diffuse rapidamente in tutto il Monferrato, sostituendo quasi ovunque le antiche Malvasie
nere locali, fino a “naturalizzarsi” come vitigno piemontese a tutti gli effetti.

Lalchimista

Filippo Asinari introdusse pratiche che oggi non esiteremmo a definire biodinamiche. Dalla lettura delle sue corrispondenze escono vivide immagini di una viticoltura “non convenzionale”. Chissà cosa avranno pensato i suoi mezzadri quando il Marchese ordinava loro di tracciare accanto alle barbatelle solchi in cui sotterrare centinaia di vecchie scarpe? O di interrare le vigne con ressicatura di corno, quasi si stesse compiendo un rito propiziatorio. In realtà – empiricamente – Filippo Asinari “scopriva” come materie organiche quali cuoio e corno potessero decomporsi rilasciando azoto, fonte rivitalizzante per le pianticelle: Steiner prima di Steiner.

Asinari Libro

Lo scienziato

Accanto a una gestione del vigneto non ortodossa, Asinari fu un rigoroso scienziato. Dalla Francia studiò minuziosamente le metodologie di impianto della vite, le distanze tra i ceppi, la potatura. Le più importanti innovazioni da lui introdotte riguardarono la vinificazione. Il marchese fu tra i primi a sottoporre i vini rossi a chiarifica e solforazione, lavorazioni quasi del tutto ignorate nell’Italia della Restaurazione, tanto che, 20 anni dopo, lo Staglieno, enologo di Carlo Alberto, ne caldeggiava vivamente la pratica, segno che ancora non erano penetrate nell’uso comune.

Lavventuriero

Fu forse la sua indole militare, la curiosità dell’alchimista o la freddezza dello scienziato? Chissà cosa spinse davvero l’Asinari in una delle sue imprese più pittoresche. Noi sappiamo soltanto che, nel 1819, a 52 anni,  promise a se stesso e al mondo di dimostrare che i vini dell’Astigiano erano in grado di resistere al tempo e ai lunghi viaggi, combattendo le critiche di chi li considerava deboli e di poco carattere. Con due botti di Nebbiolo e due di Barbera si imbarcò per il Brasile: destinazione Rio de Janeiro. Stando alle sue lettere, nel 1820 il vino arrivò «non solo in ottimo stato, ma nella perfetta sua maturità e di squisitissimo gusto». Soprattutto la Barbera «aveva una forza singolare congiunta al profumo ed al colore dei vini più vecchi e celebrati».

È bello immaginare che in questo viaggio – eroico, folle e lungimirante al contempo – Filippo Antonio Asinari di San Marzano riassunse tutte la sua caratteristiche: la cura razionale del vigneto, le pratiche agricole sperimentali e le vinificazioni all’avanguardia. Con un solo obbiettivo: mostrare la qualità dei vini piemontesi, aprendo loro le porte, con due secoli di anticipo, al mondo intero.