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Perché il Moscato d’Asti è un vino serio. Otto note dagli Stati Uniti.

Alla vigilia dellla manifestazione che sabato a Canelli fa fuoco sul Moscato d’Asti e sulla storica tipicità di questo vitigno nella zona di Canelli e dei territori limitrofi, raccolgo qui alcune note che mi sono appuntato nelle scorse settimane negli Stati Uniti.

Sulla copertina di Wine Enthusiast campeggia la scritta “Sparkling” sopra un Krug, un Prosecco e un Moscato d’Asti.

Nella guida che Vivino dedica agli sparkling wine, accanto allo Champagne, al Prosecco, allo Spumante californiano, al Cava spagnolo e al Cremant francese c’è il Moscato d’Asti. Nelle degustazioni e nelle enoteche di New York, Chicago e San Francisco ristoratori si appassionano al Moscato d’Asti, lo confrontano, cercano differenze.

Qui negli Stati Uniti sta succedendo qualcosa di interessante al nostro Moscato.

Non è solo la “Moscatomania” con cui spesso liquidiamo il successo commerciale a cui assistiamo da qualche anno (su 30 milioni di bottiglie prodotte nel Consorzio dell’Asti 20 sono consumate in America e anche per Coppo è il vino che cresce di più qui, con 24mila delle 40mila bottiglie che produciamo).

Mentre aspetto il volo che mi riporta a Milano dagli Usa , dopo incontri e degustazioni a zonzo per gli States, mi appunto alcune note per fare il punto della situazione. Di certo questa gente che così apprezza il moscato e in particolare quello d’Asti può insegnare qualcosa a noi produttori piemontesi circa una delle eccellenze più tipiche e particolari, eppure snobbate, del nostro patrimonio vitivinicolo.

Ecco le otto note.

1. La cultura pop e i rapper.

Sappiamo quanto conti in questa storia la cultura popolare e i rapper americani che dal 2010 hanno preso a cantare “ il dolce, frizzante, con poco alcol e poco costoso vino piemontese come uno dei simboli della comunità hip-hop”. Prima c’erano lo Champagne e gli altri simboli di lusso. Adesso c’è la quotidianità, la gioia, il relax, la qualità della vita e c’è il Moscato. “When things get hard to swallow/ We need a bottle of moscato”. E’ un bel messaggio.

Già nel giro di un paio di anni l’effetto fu impressionante in Usa, con una crescita nel 2012 del 70% delle vendite, la corsa dei grandi player come Gallo e Trinchero e l’affermazione del vitigno come terzo più popolare davanti al Sauvignon Blanc.

Nel nostro settore si parla sempre di posizionamento del prodotto. Kanye West & Co. hanno detto a una vastissima platea di giovani e giovanissimi che invece dell’inavvicinabile Champagne o di altri vini più frequentati ma comuni c’è uno “Champagne” piacevole, abbordabile (con un prezzo corretto) e italiano che si distingue. E ti distingue.

Come osservano il Guardian e il Telegraph, “The key word to look for on the bottle isn’t muscat at all but its Italian synonym, moscato. Moscato isn’t just another way of saying muscat, either. It has become a shorthand term used for a wine made in a style similar to that of a moscato d’Asti or Asti from Piemonte”.

2. Il dolce va in cima alle liste.

La cosa non è affatto scontata per noi: il Moscato è uno sparkling wine. La copertina di Wine Enthusiast non è che l’ultima delle indicazioni. Il nostro Moscato non è più relegato nei menu e sugli scaffali al fondo del pasto e delle liste, non è un dessert wine. E’ a tutti gli effetti un vino che sta in cima alle liste.

Lo spostamento del gusto internazionale sul dolce ha la sua parte. Richard Halstead, direttore operativo Wine Intelligence, ricorda che quando 15 anni fa era entrato nell’industria del settore fu messo al corrente del segreto che conoscevano molti veterani, e cioè che il dolce vende, ma solo se non lo si chiama col suo vero nome. Oggi commenta che nel 2017 finalmente “il dolce uscirà dal suo nascondiglio, e i vini di questa tipologia, sia fermi che frizzanti, mostreranno questa loro caratteristica senza vergogna, e la generazione post-80 li comprerà senza remore”.

3. Poco alcol.

Negli States il Moscato d’Asti sta cominciando ad essere compreso come Moscato di qualità superiore a quello locale. C’è una buona acidità ad equilibrare il dolce, non ci sono zuccheri aggiunti, l’effervescenza è naturale, il grado di alcol è più basso (massimo 5,5%). Queste caratteristiche differenziano il Moscato d’Asti da quello californiano che magari è fermo e arriva con gli zuccheri aggiunti a 8 gradi alcol.

Senza dimenticare che in Italia esistono altri moscati stupendi e con altre caratteristiche d’eccellenza, da Pantelleria a Scanzo, da Pavia ai Colli Euganei a Trento.

4. Questione di qualità.

L’Asti scende e il Moscato d’Asti sale. Nella insanabile differenza di prospettive, orizzonti e modi di raccontarsi che esiste tra i due mondi mi pare ci sia una questione decisiva per guardare al diverso momento di salute sui mercati: la qualità. La qualità percepita. Mentre Asti soffre da tempo di una reputazione di non prima linea il Moscato è percepito come un prodotto di maggior finezza.

Vivino, che con i suoi 22 milioni di utenti che recensiscono e postano bottiglie è più che un vero osservatorio del mercato, nel passare in rassegna vini e le uve Moscato nel mondo non parla di tipologie diverse ma di qualità diverse. “On the light end is Piedmont’s famous sparkler Asti Spumante and the higher quality, though less bubbly, Moscato d’Asti”.

Così il Moscato d’Asti guadagna reputazione, finisce anche sul tavolo di Obama e Ban Ki-moon nel pranzo che apre l’assemblea generale delle Nazione Unite.

5. Un vino serio.

Il Moscato si è affermato come un vino semplice, un primo vino. Ma il Moscato d’Asti è oggi anche un vino “serio”. Gli appassionati lo stanno scoprendo. E’ un vino che ha uno spettro di proposte, ha delle differenze rispetto alla vigna d’origine e rispetto alle cantine. Resta un vino piacevole e di pronta beva ma ha interpretazioni particolari. Ci sono le sottozone come quella di Canelli e ci sono gli stili dei produttori. Il Moscato di Saracco è diverso da quello di Rivetti, quello di Rivetti è diverso da quello di Coppo, quello di Coppo da quello di Vietti. E così andare. Esiste un territorio unico dietro al Moscato d’Asti – e di Canelli – con espressioni molteplici e da conoscere.

6. A tutto pasto e a ogni ora.

L’espressione è un po’ forte per noi italiani, abituati a stappare il moscato solo se c’è una torta di nocciole o una coppa di fragole. Eppure i Moscati con buona acidità, lo sappiamo, possono stare con un prosciutto crudo, con un formaggio blu, con le ostriche. Certi esperimenti sulle nostre tavole all’estero stanno diventando consuetudini anche per i più attenti agli abbinamenti. Moscato a tutto pasto ma anche fuori pasto. Il Moscato si beve all’ora dell’aperitivo, del brunch, o nel pomeriggio. “Any occasion can be worthy of a toast of our Moscato D’Asti” scrive Cupcake Vineyards sul suo Moscato californiano, il più popolare Moscato d’Asti negli Usa.

7. Al bicchiere e senza sprechi.

Ci sono i Prosecchi, gli Champagne, gli Chardonnay e un Pinot nero, magari un Gavi, un Barbaresco o un Nebbiolo, una Barbera. Di sicuro nella lista dei vini “by the glass” trovate un Moscato. Con prezzi non folli. Un bicchiere va dai 10 ai 15 dollari. Anche per questo impiego il tappo a vite è molto apprezzato. Noi da un paio di anni fa siamo passati dal tappo classico raso a quello a vite. Vedo che anche altri come Ceretto e Chiarlo hanno preso questa strada.

Il tappo a vite fa la felicità dell’importatore, dei distributori e dei clienti. Per due ragioni. Per la praticità appunto, soprattutto quando il Moscato si serve al bicchiere la vite aiuta molto i camerieri che hanno fretta o meno dimestichezza (ho visto io spaccare delle bottiglie di Moscato). Per il minor spreco del prodotto: il food cost e il beverage cost sono argomenti a cui negli Stati Uniti sono molto sensibili.

8. I nuovi Moscato Lovers.

Sappiamo della comunità nera evangelizzata al Moscato dai rapper. Poi ci sono le donne e i giovani. Che i giovani bevano Moscato è un dato che dà fiducia. Non solo le donne ma anche gli uomini. Qui c’è la grande moda del brunch tra i giovani. Dopo una serata alcolica i ragazzi mangiano qualcosa e bevono un vino che ha proprio il gusto dell’uva, profumato leggero, fresco, lievemente frizzante. Bevono Moscato. E questo è un bene. Aiutiamoli nel tempo a distinguere, a capire cosa è meglio di cosa e perché.

E noi, quanto e come beviamo il Moscato?

Ecco l’ultima nota. Mentre torno a casa, in aereo, penso a quello che facciamo noi piemontesi, produttori, produttori e non.
Quante volte beviamo il Moscato? In quanti nostri ristoranti, enoteche e bar troviamo e chiediamo un bicchiere di Moscato? Come lo raccontiamo? O più semplicemente, quante volte abbiamo pensato che al posto di una Coca Cola con i suoi zuccheri aggiunti potremmo bere un bicchiere di Moscato?

Devo raccontare una storia. Cristiana, atleta e ciclista, esploratrice indomita delle nostre colline e sommelier per passione, quando rientra da un pomeriggio in bici non si fa mancare mai un bicchiere di Moscato d’Asti. Non è una produttrice, non deve convincere nessuno: ne fa una questione di gusto, di piacere, di salute.

Ecco, dopo aver ringraziato Kanye West, chissà se i piemontesi diventeranno per i nostri ospiti i migliori testimonial del Moscato d’Asti riscoprendo i valori di una delle più importanti espressioni delle nostre colline.

Luigi Coppo

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