Da oltre 120 anni

Una storia di tradizione e coraggiosa visione del futuro

La storia dell’azienda Coppo si intreccia in modo inestricabile a quella del vino piemontese, in particolare allo sviluppo di Canelli, patria e capitale dello spumante italiano, ancora oggi uno dei più importanti poli vitivinicoli italiani.

Una storia di tradizione e coraggiosa visione del futuro, di sacrificio e innovazione. Un racconto che dimostra l’amore incondizionato dei Coppo per i luoghi d’origine, i vitigni da sempre coltivati in Piemonte e la lunga tradizione familiare.

Le origini dell’azienda risalgono al 1892 e per oltre 120 anni seguono le vicende della famiglia, oggi ancora unica proprietaria. La capacità, sin dalle sue origini, di condurre le vigne di proprietà e di vinificare e di imbottigliare l’uva prodotta sotto il proprio marchio fanno della cantina Coppo una delle più antiche realtà vitivinicole d’Italia. Tanto che, nel 2012, Unioncamere ha inserito l’azienda nel registro nazionale delle imprese storiche con più di un secolo anni di ininterrotta attività nel medesimo settore merceologico.

Le origini una qualità senza compromessi

Capostipite della famiglia e fondatore del nucleo che andrà a formare l’azienda moderna fu Piero Coppo. Piero era conosciuto per il suo fine palato e il naso infallibile ma, sopra ogni cosa, per la visione etica con cui conduceva la sua attività. Esigeva la perfezione in ogni minimo dettaglio e così si dedicava di persona al controllo della lavorazione in vigna, delle fasi di pigiatura e vinificazione fino all’invecchiamento, in una ricerca quasi maniacale della qualità assoluta e senza compromessi.

Canelli, all’epoca, era una piazza di fondamentale importanza per il mercato delle uve piemontesi, punto di incontro tra viticoltori e vinificatori. Fu qui che, nella seconda metà dell’800, nacque il primo spumante italiano rifermentato in bottiglia, prodotto cioè alla maniera degli Champagne ed ottenuto da uve Moscato (chiamato perciò Moscato Champagne): un’intuizione destinata a cambiare la storia enologica italiana e a fare della città un centro di notevole importanza, capace di sviluppare un’industria enoica internazionale e all’avanguardia.

Fu a Canelli che, nel 1913, Piero sposò Clelia Pennone, erede delle cantine Pio Pennone, «primaria e rinomata» ditta produttrice ed esportatrice di vini e già attiva da due generazioni. Alle cantine Coppo, ubicate nel centro di Canelli, si aggiunsero quindi le strutture della Pennone, costruite fra via Giuliani e via Alba, oggi sede dell’azienda.

È qui che, fin dal XVIII secolo, furono scavate a mano, nel tufo, quelle gallerie e quei cunicoli che oggi sono conosciuti con il nome di Cattedrali Sotterranee, e dichiarate dall’Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità per la loro storicità e bellezza.

Percorrendole per intero si può attraversare tutta la collina, raggiungendo la galleria dove riposano gli spumanti. Al suo termine, una volta spalancato un suggestivo portone in legno e ferro battuto, ci si affaccia nuovamente all’esterno, accedendo direttamente al giardino della magnifica villa liberty che Piero acquistò nello stesso anno del suo matrimonio.

Il XX secolo un mercato internazionale

All’inizio del XX secolo, la produzione dell’azienda spaziava dagli spumanti ai vini rossi tipici del Piemonte, tra cui spiccava la Barbera. A questi si affiancava il Vermouth, bevanda a base di vino aromatizzato (spesso il pregiato Moscato di Canelli), che tra l’Ottocento e il primo Novecento divenne un fenomeno di costume e una pietra miliare nella storia degli aperitivi e dei cocktails, contribuendo definitivamente alla fortuna di Canelli.

La produzione dei primi decenni del secolo XX era vasta e frenetica.

Oltre alle vendite in Italia si esportava e spediva in tutto il mondo. Il vino partiva dalle cantine su carri trainati da buoi, in fusti bordolesi dalla tipica forma ovale e allungata della capacità di 200 litri. Si spediva soprattutto in Sudamerica e negli Stati Uniti, dove il vino era commercializzato sfuso o in damigiane.

La seconda generazione non piegarsi alle avversità

Nel 1948, Canelli fu travolta da ben due alluvioni che ne distrussero la parte bassa, edificata vicino al letto del fiume Belbo. Le Cantine Coppo non furono risparmiate subendo una profonda devastazione.

La famiglia decise allora di spostare l’intera produzione nella cantine di via Alba, a ridosso della collina e delle cantine scavate nella roccia. In quegli anni, a Piero Coppo subentra il figlio Luigi, cui spetta il compito di fronteggiare momenti così duri e difficili.

Grazie alla sua tenacia e determinazione, le cantine si rimodernizzano, adottando tecnologie innovative per quei tempi: la Coppo è una delle prime aziende a dotarsi di un tunnel ventilato per l’asciugatura delle etichette su larga scala.

Grazie alla passione di Luigi, grande amante dei vini francesi, tra gli anni ’60 e ’70, l’azienda inizia ad importare i grandi vini di Borgogna e della Champagne.

“L’uomo non è fatto per essere sconfitto”

Ernest Hemingway –

La terza generazione l'entusiasmo della svolta

Tra gli anni ’70 e ’80, con l’avvento in azienda dei quattro fratelli Piero, Gianni, Paolo e Roberto, avviene una vera e propria “svolta”, pur nella continuità della tradizione di famiglia. Ispirandosi ai grandi vini francesi importati dal padre, i quattro fratelli imprimono il loro stile personale nella produzione degli spumanti Metodo Classico e dello Chardonnay, aspirando a creare vini bianchi capaci di grande complessità e longevità.

Iniziano così le prime sperimentazioni nell’uso delle piccole botti in rovere francese. Si effettuano le fermentazioni alcoliche e l’affinamento sulle fecce nobili sia dello Chardonnay sia del Pinot Nero, che, insieme, andranno a comporre, a partire dal 1984, la cuvée base dello spumante Riserva Coppo e dello spumante Piero Coppo, una riserva speciale dedicata al fondatore. Nello stesso anno, lo Chardonnay vinificato in purezza e nella versione ferma diventa uno dei protagonisti assoluti con il Monteriolo, un bianco dalla mineralità e sapidità quasi “marine”, capace di durare nel tempo, oltre 20 anni.

Pinot Nero e Chardonnay, la cui presenza sul territorio nei dintorni di Canelli è attestata a partire dalla prima metà dell’Ottocento, trovano in questo suolo – di origine sedimentaria marina e dalla grande ricchezza minerale – un luogo ad essi congeniale, che permette ai quattro fratelli di realizzare la loro visione.

La terza generazione dei Coppo non dimentica la vocazione dell’azienda per i vini rossi, in particolare per la Barbera, la cui storia ci riporta ad un’epoca dura, fatta di fatica e povertà. In passato, l’adattabilità del Barbera e la sua generosità produttiva fecero sì che il vitigno divenisse estremamente popolare e diffuso in tutto il Piemonte. Spesso, però, accadeva che i produttori privilegiassero la quantità alla qualità, non facendo così emergere il suo reale potenziale.

Con l’ambizione di dimostrare in modo inequivocabile l’eleganza della Barbera, la sua stoffa e capacità di durare nel tempo, i fratelli Coppo sono tra i primi, agli inizi degli anni ’80, ad affermare e diffondere una nuova “filosofia produttiva”. Un’ancor più attenta e rigorosa conduzione della vigna al fine di contenere le rese; la raccolta manuale delle uve in piccole ceste al loro giusto grado di maturazione; l’innovativa introduzione delle barriques nella fase della maturazione: sono questi i fattori decisivi per la riaffermazione della Barbera, che fanno dei Coppo gli “alfieri” della sua rinascita.

Il 1984 segna la prima vendemmia di quello che sarà destinato a diventare il vino simbolo dell’azienda, un riferimento assoluto nel panorama di questa tipologia: la Barbera d’Asti Pomorosso, a cui si affiancherà, l’anno successivo, il Camp du Rouss.

La quarta generazione al di là delle frontiere

Grazie all’ingresso in azienda di Massimiliano e Luigi, Coppo si focalizza su nuove forme di comunicazione, in particolare attraverso il Web.

La globalizzazione e la parallela rivoluzione digitale hanno comportato una trasformazione epocale di tutta la società, a cui i due cugini rispondono con un approccio nuovo.

Per coinvolgere anche quella parte di mercato più giovane si adottano modalità d’espressione differenti, veicolando, accanto ai valori tradizionali, la spensieratezza e la leggerezza del vino. I due cugini, diventano i responsabili dell’accoglienza presso le Cattedrali Sotterranee. Visite a cui l’azienda ha dato sempre grande importanza, come momento ideale e privilegiato per trasmettere direttamente la propria visione produttiva.

Il simbolo

Alla ricerca di un simbolo che potesse rappresentare la sua visione produttiva, Piero, grande appassionato di arte, commissionò negli anni ’20 la realizzazione di una scultura lignea ad uno scultore bergamasco di nome Giacomo Manzoni.

Manzoni realizzò un putto colto nel tentativo di trattenere l’effervescenza sprigionata da una bottiglia di spumante. Un amorino, un fanciullo alato e nudo, munito di faretra e freccia che nell’iconografia artistico-mitologica simboleggia l’amore e la passione. Ai suoi piedi è inciso il motto della famiglia: Robur et salus, forza e salute.

Il simbolo che compare sulle etichette di Coppo ne è la riproduzione fedele. Ad oltre un secolo di distanza, esso conserva l’energia e il fascino delle origini: vini di assoluta qualità, nati dalla passione e dal desiderio di migliorarsi, capaci di regalare, sopra ogni cosa, lo stupore di un’emozione.

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